Partiamo di buon mattino per quest'ultimo giro in montagna del nostro viaggio. Un tassista ci porta al passo di Kizart, 20 km di strada dissestata a ovest di Kochkor. L'obiettivo è arrivare a piedi al famoso Song Kol, un meraviglioso lago alpino a 3.000 m di altezza. Buona parte degli sforzi del settore turistico kirghiso si concentra su questo lago: passeggiate a cavallo, soggiorni in yurta, trasferimenti in jeep da Kochkor e Naryn, ecc. A Kochkor gli uffici delle agenzie turistiche proliferano come in nessun altra cittadina del Kirghizistan. Al CBT (community based tourism) l'iniziale accoglienza entusiasta riservataci si è raffreddata rapidamente quando si è capito che eravamo lì solo per avere informazioni.
Il sentiero che imbocchiamo noi al passo di Kizart ad ogni buon conto è deserto. Al passo che ci lasciamo alle spalle sfrecciano camion carichi di carbone diretti alla centrale termoelettrica di Bishkek e camion carichi di cemento diretti ai cantieri dell'autostrada che - ci dicono - avrebbe dovuto essere completata in questa zona nel 2018.
Il paesaggio che attraversiamo è brullo ed arido. Solo qualche remoto cespuglio verde lo distingue dal paesaggio che vediamo sulle montagne rosse alle nostre spalle.Dopo 3-4 ore di cammino e moltissime curiosissime marmotte arriviamo in vista della vallata di Kilemche, incisa dal un bel torrentello e da numerosissime yurte.
Scendiamo.
Delle yurte molte sono riservate ai turisti, che in effetti compaiono d'improvviso in ogni angolo della valle.
Passiamo oltre e montiamo la tenda oltre Kilemche lungo un rigagnolo dove solo vacche e cavalli ci fanno compagnia.
Il giorno seguente proseguiamo, gli altri turisti si disperdono con le loro guide su altri sentieri, ed in un paio d'ore noi arriviamo in vista del lago.
L'acqua limpidissima sconfina a toccare nuvole mobili ed imprevedibili, che gettano pioggia ad un capo del lago e liberano il cielo azzurro all'altro capo. Il colore dell'acqua cambia costantemente, da verde diventa azzurra, poi blu, poi grigia, poi di nuovo verde. In giro, salvo i pastori ed un paio di ciclisti, non si vede nessuno.
Montiamo la tenda lungo il lago, la mattina la troviamo coperta di ghiaccio. Dicono che sul lago ogni giorno si alternino tutte le quattro stagioni: dall'inverno, la notte, alla primavera, la mattina, all'estate, nel primo pomeriggio, all'autunno, la sera.
Mercoledì mattina decidiamo di tentare la sorte con i cavalli dei pastori più vicini alla nostra tenda e ci facciamo portare, noi e i nostri zaini, fino al Uzbek pass, così da accorciare un po' i 22 km che ci separano dal villaggio di Kizart, dove speriamo di trovare una marshrutka che ci riporti a Kochkor nel pomeriggio. Puntando direttamente al villaggio di Kizart, anziché al passo di Kizart da cui siamo partiti lunedì, il ritorno richiede solo una giornata di cammino.
Il pastore ha promesso di portarci, a condizione che i cavalli nella notte non si siano allontanati troppo dalla sua yurta. Siamo fortunati: ci sellano due magnifici ronzini, assicurano entrambi gli zaini a quello di Martin e muniscono Alessia di un frustino. Martin procede in modalità "cargo" al traino del cavallo, degno di questo nome, del pastore che ci guida. Alessia arranca a 20 metri di distanza, tentando invano di spronare il suo cavallino con il frustino e la nota esortazione kirghisa "ciu! ciu!". Niente da fare. Ogni occasione è buona per rallentare o, ancora meglio, tentare di tornare indietro alla yurta.
Alla fine ci chiediamo se in Kirghizistan l'equitazione aiuti davvero ad accorciare la strada o, come direbbe il nostro amico Pesho, primo maestro di cultura kirghisa del nostro viaggio, "is just another scam", una truffa.
Ad ogni modo, arrivati al passo, salutiamo il nostro pastore e incominciamo a scendere a piedi sull'altro versante. A valle si scorge il villaggio, lontanissimo.
Quando arriviamo alle prime case, il sole è ormai alto. Ci accorgiamo che i campi che circondano il paese sono percorsi da una rete di canali ai quali è stata convogliata tutta l'acqua del torrente. In assenza di alternative ci risolviamo ad attraversarli a piedi nudi e finalmente arriviamo al villaggio.
Incontriamo due ragazzi che ci offrono un passaggio sulla loro Lada; per dove, come di consueto, non si sa.
Alla fine ci lasciano sullo stradone polveroso che porta al passo di Kizart, assicurandoci che una marshrutka o una macchina prima o poi passeranno.
Dopo molti camion, arriva un commerciante di torte con una sorta di Fiorino a due posti, che sistema Alessia, in ossequio al genere femminile che rappresenta, nell'unico posto disponibile, di fianco all'autista, e Marto nel bagagliaio. Ci lascia a Kochkor, saluta Alessia con un cenno e stringe la mano a Martin.
A Kochkor festeggiamo il nostro secondo compleanno con un piatto di Besh Barmac (in estrema sintesi, tagliolini conditi con cipolla e carne di testa di agnello) ed uno di Plov.
C'è già aria di fine gita.
Il sentiero che imbocchiamo noi al passo di Kizart ad ogni buon conto è deserto. Al passo che ci lasciamo alle spalle sfrecciano camion carichi di carbone diretti alla centrale termoelettrica di Bishkek e camion carichi di cemento diretti ai cantieri dell'autostrada che - ci dicono - avrebbe dovuto essere completata in questa zona nel 2018.
Il paesaggio che attraversiamo è brullo ed arido. Solo qualche remoto cespuglio verde lo distingue dal paesaggio che vediamo sulle montagne rosse alle nostre spalle.Dopo 3-4 ore di cammino e moltissime curiosissime marmotte arriviamo in vista della vallata di Kilemche, incisa dal un bel torrentello e da numerosissime yurte.
Scendiamo.
Delle yurte molte sono riservate ai turisti, che in effetti compaiono d'improvviso in ogni angolo della valle.
Passiamo oltre e montiamo la tenda oltre Kilemche lungo un rigagnolo dove solo vacche e cavalli ci fanno compagnia.
Il giorno seguente proseguiamo, gli altri turisti si disperdono con le loro guide su altri sentieri, ed in un paio d'ore noi arriviamo in vista del lago.
L'acqua limpidissima sconfina a toccare nuvole mobili ed imprevedibili, che gettano pioggia ad un capo del lago e liberano il cielo azzurro all'altro capo. Il colore dell'acqua cambia costantemente, da verde diventa azzurra, poi blu, poi grigia, poi di nuovo verde. In giro, salvo i pastori ed un paio di ciclisti, non si vede nessuno.
Montiamo la tenda lungo il lago, la mattina la troviamo coperta di ghiaccio. Dicono che sul lago ogni giorno si alternino tutte le quattro stagioni: dall'inverno, la notte, alla primavera, la mattina, all'estate, nel primo pomeriggio, all'autunno, la sera.
Mercoledì mattina decidiamo di tentare la sorte con i cavalli dei pastori più vicini alla nostra tenda e ci facciamo portare, noi e i nostri zaini, fino al Uzbek pass, così da accorciare un po' i 22 km che ci separano dal villaggio di Kizart, dove speriamo di trovare una marshrutka che ci riporti a Kochkor nel pomeriggio. Puntando direttamente al villaggio di Kizart, anziché al passo di Kizart da cui siamo partiti lunedì, il ritorno richiede solo una giornata di cammino.
Il pastore ha promesso di portarci, a condizione che i cavalli nella notte non si siano allontanati troppo dalla sua yurta. Siamo fortunati: ci sellano due magnifici ronzini, assicurano entrambi gli zaini a quello di Martin e muniscono Alessia di un frustino. Martin procede in modalità "cargo" al traino del cavallo, degno di questo nome, del pastore che ci guida. Alessia arranca a 20 metri di distanza, tentando invano di spronare il suo cavallino con il frustino e la nota esortazione kirghisa "ciu! ciu!". Niente da fare. Ogni occasione è buona per rallentare o, ancora meglio, tentare di tornare indietro alla yurta.
Alla fine ci chiediamo se in Kirghizistan l'equitazione aiuti davvero ad accorciare la strada o, come direbbe il nostro amico Pesho, primo maestro di cultura kirghisa del nostro viaggio, "is just another scam", una truffa.
Ad ogni modo, arrivati al passo, salutiamo il nostro pastore e incominciamo a scendere a piedi sull'altro versante. A valle si scorge il villaggio, lontanissimo.
Quando arriviamo alle prime case, il sole è ormai alto. Ci accorgiamo che i campi che circondano il paese sono percorsi da una rete di canali ai quali è stata convogliata tutta l'acqua del torrente. In assenza di alternative ci risolviamo ad attraversarli a piedi nudi e finalmente arriviamo al villaggio.
Incontriamo due ragazzi che ci offrono un passaggio sulla loro Lada; per dove, come di consueto, non si sa.
Alla fine ci lasciano sullo stradone polveroso che porta al passo di Kizart, assicurandoci che una marshrutka o una macchina prima o poi passeranno.
Dopo molti camion, arriva un commerciante di torte con una sorta di Fiorino a due posti, che sistema Alessia, in ossequio al genere femminile che rappresenta, nell'unico posto disponibile, di fianco all'autista, e Marto nel bagagliaio. Ci lascia a Kochkor, saluta Alessia con un cenno e stringe la mano a Martin.
A Kochkor festeggiamo il nostro secondo compleanno con un piatto di Besh Barmac (in estrema sintesi, tagliolini conditi con cipolla e carne di testa di agnello) ed uno di Plov.
C'è già aria di fine gita.



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