Il programma era partire da Jirgalang e, in 4-5 giorni, arrivare al passo di Echtiltash, 3.700 metri da cui speravamo di poter allungare il collo e vedere le vette più alte del Tien Shan, il Khan Tengri ed il ghiacciaio di Enilchek.
Partiamo dal paesino di Jirgalang sotto un sole poderoso, ce la prendiamo comoda, lo zaino carico dei viveri sufficienti per 6 giorni pesa.
Costeggiamo il fiume Jirgalang per un paio d'ore, superiamo boschetti di abeti e vacche stese al sole e guadagniamo un po' di quota: la valle si apre su una distesa verde puntellata di yurte, vacche, pecore e cavalli al pascolo, sconfinata.
Ma il cielo incomincia a coprirsi ed in un attimo sono tuoni e vento freddo.
Incontriamo un altro umano a cavallo che ci indica la sua tenda poco prima del passo di Jirgalang.
Ci affrettiamo e facciamo appena in tempo a montare la tenda vicino a quella del cavaliere kirghiso e dei suoi due clienti francesi che inizia a piovere. Di stelle in cielo non se ne vedono ma sul prato ce ne sono a mazzi, stelle alpine kirghise!
Il giorno seguente i nostri sogni del Khan Tengri sfumano definitivamente: decidiamo di fare un giro ad anello intorno a Jirgalang. Ci incamminiamo sotto la piogga, oltrepassiamo il passo di Jirgalang e scendiamo verso la valle del fiume Tüp: pascoli verdissimi, pecore, vacche e cavalli.
Ci concediamo un pranzo frugale sotto la pioggia e scendiamo lungo il fiume. Come attraversarlo? Lo risaliamo sperando di trovare un punto in cui la corrente sia meno violenta quando due ragazzi ci chiamano dall'altra sponda, montano a cavallo e vengono a prenderci, prima gli zaini, adagiati cordialmente su una cacca di cavallo, poi noi.
E così, grazie ai traghettatori kirghisi, guadiamo il fiume.
Il peggio è fatto.
Arriviamo in vista del passo di Keskenye e ci fermiamo. Smette persino di piovere ed un timido raggio di sole illumina un'altra valle meravigliosa. Le marmotte ci vedono ed incominciano a schiamazzare da un capo all'altro del versante.
Montiamo la tenda e ci illudiamo di riuscire per l'indomani a far asciugare pantaloni, calze e scarponi.
L'indomani nuvole bassissime e gelide non promettono nulla di buono.
Ci incamminiamo verso il passo di Keskenye e inizia a piovere, oltre il passo, a circa 3.500 metri, la pioggia si trasforma in neve e noi siamo già zuppi dalla vita in giù.
Scendiamo sulla valle. Per rientrare a Jirgalang dovremmo camminare altri 15 km e salire di nuovo di 600 m ma zuppi come siamo ci pare un'impresa titanica. Così proseguiamo lungo la valle sperando di trovare qualche pastore con auto o cavallo disponibile a riportarci a Jirgalang. L'unico che incontriamo non lo è ma ci invita dentro la sua yurta a prendere un tè e condividere un boccone a caldo con lui ed i suoi tre figli. Ci racconta la vita dei pastori discendenti delle popolazioni nomadi di queste terre, che ogni estate si spostano in montagna con i loro greggi. Vendono il latte ed il kymys, latte di giumenta fermentato, relativamente imbevibile.
I ragazzi che passano a comprare il latte del nostro ospite ci offrono un passaggio fino a Karakol: accettiamo senza darci un pensiero. Si tratta solo di accompagnarli da un paio di altri pastori a ritare il latte di questi e poi si prosegue fino a Karakol senza fermarsi. Ci faremo una doccia calda, ci asciugheremo e dormiremo in un vero letto! Nel giro dei pastori carichiamo in macchona altri due ragazzi, altro kymys ed un'anatra.
Il resto di questa terza giornata di trekking ve lo raccontiamo con una sequenza di foto. Manca la foto chiave: vi lasciamo immaginare quello che è capitato...
È finita che ci siamo suppergiù asciugati ad un fuoco improvvisato, abbiamo dormito in tenda 20 km più a nord e da lì abbiamo proseguito a piedi finché non abbiamo finalmente incrociato una macchina che si è fermata, ci ha caricati e portati fino quasi a Karakol.
Partiamo dal paesino di Jirgalang sotto un sole poderoso, ce la prendiamo comoda, lo zaino carico dei viveri sufficienti per 6 giorni pesa.
Costeggiamo il fiume Jirgalang per un paio d'ore, superiamo boschetti di abeti e vacche stese al sole e guadagniamo un po' di quota: la valle si apre su una distesa verde puntellata di yurte, vacche, pecore e cavalli al pascolo, sconfinata.
Ma il cielo incomincia a coprirsi ed in un attimo sono tuoni e vento freddo.
Incontriamo un altro umano a cavallo che ci indica la sua tenda poco prima del passo di Jirgalang.
Ci affrettiamo e facciamo appena in tempo a montare la tenda vicino a quella del cavaliere kirghiso e dei suoi due clienti francesi che inizia a piovere. Di stelle in cielo non se ne vedono ma sul prato ce ne sono a mazzi, stelle alpine kirghise!
Il giorno seguente i nostri sogni del Khan Tengri sfumano definitivamente: decidiamo di fare un giro ad anello intorno a Jirgalang. Ci incamminiamo sotto la piogga, oltrepassiamo il passo di Jirgalang e scendiamo verso la valle del fiume Tüp: pascoli verdissimi, pecore, vacche e cavalli.
Ci concediamo un pranzo frugale sotto la pioggia e scendiamo lungo il fiume. Come attraversarlo? Lo risaliamo sperando di trovare un punto in cui la corrente sia meno violenta quando due ragazzi ci chiamano dall'altra sponda, montano a cavallo e vengono a prenderci, prima gli zaini, adagiati cordialmente su una cacca di cavallo, poi noi.
E così, grazie ai traghettatori kirghisi, guadiamo il fiume.
Il peggio è fatto.
Arriviamo in vista del passo di Keskenye e ci fermiamo. Smette persino di piovere ed un timido raggio di sole illumina un'altra valle meravigliosa. Le marmotte ci vedono ed incominciano a schiamazzare da un capo all'altro del versante.
Montiamo la tenda e ci illudiamo di riuscire per l'indomani a far asciugare pantaloni, calze e scarponi.
L'indomani nuvole bassissime e gelide non promettono nulla di buono.
Ci incamminiamo verso il passo di Keskenye e inizia a piovere, oltre il passo, a circa 3.500 metri, la pioggia si trasforma in neve e noi siamo già zuppi dalla vita in giù.
Scendiamo sulla valle. Per rientrare a Jirgalang dovremmo camminare altri 15 km e salire di nuovo di 600 m ma zuppi come siamo ci pare un'impresa titanica. Così proseguiamo lungo la valle sperando di trovare qualche pastore con auto o cavallo disponibile a riportarci a Jirgalang. L'unico che incontriamo non lo è ma ci invita dentro la sua yurta a prendere un tè e condividere un boccone a caldo con lui ed i suoi tre figli. Ci racconta la vita dei pastori discendenti delle popolazioni nomadi di queste terre, che ogni estate si spostano in montagna con i loro greggi. Vendono il latte ed il kymys, latte di giumenta fermentato, relativamente imbevibile.
I ragazzi che passano a comprare il latte del nostro ospite ci offrono un passaggio fino a Karakol: accettiamo senza darci un pensiero. Si tratta solo di accompagnarli da un paio di altri pastori a ritare il latte di questi e poi si prosegue fino a Karakol senza fermarsi. Ci faremo una doccia calda, ci asciugheremo e dormiremo in un vero letto! Nel giro dei pastori carichiamo in macchona altri due ragazzi, altro kymys ed un'anatra.
Il resto di questa terza giornata di trekking ve lo raccontiamo con una sequenza di foto. Manca la foto chiave: vi lasciamo immaginare quello che è capitato...
È finita che ci siamo suppergiù asciugati ad un fuoco improvvisato, abbiamo dormito in tenda 20 km più a nord e da lì abbiamo proseguito a piedi finché non abbiamo finalmente incrociato una macchina che si è fermata, ci ha caricati e portati fino quasi a Karakol.

























Comments
Post a Comment